venerdì 29 agosto 2014

L'eredità di Albergone



Avevo già accennato alla storia del valoroso Albergone e alle peregrinazioni che lo condussero, a sua insaputa, a toccare le rive del Golfo dei Poeti. E a come, deluso, fosse ripartito per giungere infine, sempre a sua insaputa, a Lucca, la città delle “cento campane”.
Avevo taciuto, però, di dare menzione di alcuni particolari avvenuti durante la permanenza di Albergone in terra ligure, per cui mi pare onesto in questa occasione darvene contezza.
Va detto, innanzitutto, che Albergone partì da Poitiers portando con sé un incartamento, trafugato nottetempo al Duca di Orleans, contenente preziosissimi appunti di strategie militari, con tanto di mappe delle fortificazioni, cartografia dei campi di battaglia e schemi di assalto. Durante la permanenza sprugolina, Albergone conobbe una giovane contadinotta, giudicata sufficientemente in carne, in compagnia della quale trascorse alcuni momenti decisamente piacevoli “sprofondato” in un pagliaio.
Al momento dell’addio, temendo di cadere vittima di un ammutinamento da parte della sua truppa e, in particolar modo del perfido Bracalone, consegnò l’incartamento alla ragazza, con la promessa di un prossimo ritorno. La giovine, non disponendo di una collocazione sicura, consegnò il plico al suo curato, affinché lo custodisse con ogni riguardo. Il brav’uomo, persona estremamente pia ma non altrettanto precisa, aprì l’incartamento e ripose i fogli in una madia dove già conservava alcuni bozzetti giovanili raffiguranti diverse vedute del golfo, del borgo e della costa. In vero nella medesima madia conservava anche il pane raffermo, la “mesciua” avanzata e il vino per l’eucarestia. Come non sarebbe sfuggito ad un "olfatto" allenato, va precisato che il pio uomo era sì probabilmente in odore di santità ma sicuramente anche in profumo di Parkinson, cosicché non fu infrequente che il succitato connubio vino benedetto e sacra mesciua si rovesciasse all’interno della madia e, dunque, su quelle “preziosissime” pagine.
Passarono i mesi e di Albergone, in riva al golfo, non si sentì più parlare (in vero cercò di tornare ma lo recuperarono in più occasioni sul Gran Sasso). E passarono anche gli anni, il curato morì, la sua dimora fu abbattuta e dell’incartamento di Albergone si persero le tracce.

Le ritroviamo però miracolosamente alcuni secoli più tardi. Siamo sul finire degli anni ’30 del 1600, quando il nobile genovese, Marco De Franchi, nel corso di un soggiorno nella Liguria di levante, rinvenne casualmente quattro pergamene con schizzi di oscura interpretazione. Lo stimato senatore non poteva sapere che quelli erano alcuni dei bozzetti giovanili del curato di cui sopra, sui quali si erano impressi (come moderni “trasferelli”) alcuni tratti delle cartografie di Albergone.
In una di tali pergamene era raffigurata una costa con un enorme parallelepipedo che si stagliava verso il cielo; in un’altra una piazza di un borgo con al centro strane figure geometriche. Un’altra ancora raffigurava un profondo golfo sovrapposto al quale imperava una serie di arditissime fortificazioni. Nell’ultima era sempre raffigurato il golfo, con alberi e filari nel bel mezzo del mare. Fu proprio quest’ultima raffigurazione a stuzzicare la fantasia del nobile genovese il quale, in una seduta del Senato della Repubblica di Genova, nell’autunno del 1640 si alzò e introdusse il suo strampalato progetto di giungere, tramite la deviazione del corso del fiume Magra, all’interramento del golfo, per farne la nuova riserva di grano della Repubblica.
"La coltura della Corsica per li grandi utili, che se ne sperano, massime per dover bisognare quanto meno si può di alimenti forastieri, et il zelo [...] verso la Rep. Ser.a m'ha indotto ad applicar il pensiero a qualch'altra notabile impresa in terraferma, et sendomi [...] parso molto a proposito il fiume Magra, sì per ovviare a danni che sin'hora ha cagionati indicibili, sì anco per valersi dei terreni di quello che occupa con la sua inondatione essendovi a tal effetto andato a posta, conducendo a mie spese huomini prattichi l'ho designato nuovo letto."
Per fortuna in quell’occasione i senatori, dopo essersi consigliati ed aver ascoltato i mormorii degli indigeni, risposero al propositore intimandogli solennemente di andare per merda!!!
Non si sa come, alla fine del secolo successivo i bozzetti giunsero nelle mani di tale Oldoini, mediocre mercante d’arte, che spacciandoli per pregevoli opere medievali, riuscì a rivenderle (ricavandone una discreta fortuna) al capitano del Genio francese Pierre-Antoine Clerc, fidato consigliere di Napoleone. Non v’è dubbio che lo “schizzo” con le fortificazioni impresse sulla parte più occidentale del golfo, possa aver ispirato il Bonaparte riguardo alla attuabilità di un progetto arsenalizio in seno al golfo che, come sappiamo, sarà realizzato soltanto nella seconda metà del secolo XIX.


Abbiamo dunque visto come il disordine, il tremore senile ed il caso abbiano ispirato due grandi progetti dei quali il golfo è stato involontario protagonista.
Per quanto riguarda gli altri due disegni, per fortuna, essendo combinazioni così strampalate non crediamo possano aver ispirato alcun progetto nel passato, né tantomeno possano farlo nel futuro. 
In effetti costruire un grattacielo in riva al mare o riempire una piazza storica con futuristici archetti colorati, sarebbero idee che solo una mente "bizzarra" potrebbe sostenere.





domenica 20 luglio 2014

Del Caso, della Fisica e della Pupù



Quando ero piccolo, ma piccolo parecchio (per intenderci, non la settimana scorsa), sostenevo con fierezza che da grande avrei voluto sposare la mamma e una mucca. Ma non si pensi che avessi nella mente progetti zoofili ed incestuosi. D’altro canto ero in grado di argomentare le mie scelte con considerazioni di un certo rilievo che naturalmente ora non ricordo. Ritengo comunque che sia tutto sommato naturale che un bambino, mammifero per giunta, veda nella figura materna un faro da seguire. Per la mucca il discorso si faceva senz’altro più complicato ma non è il caso di approfondire. E poi le mucche sono buone, sono ciccione, mangione, pacate e hanno negli occhi quell’espressione bovina che gli altri mammiferi, per forza di cose, non hanno.
[Che poi abbia sempre sostenuto la superiorità degli animali ovipari sui mammiferi, data la loro propensione a non portarsi dietro per mesi il frutto della procreazione, con grande fatica e danno, è un altro discorso.]
Ma torniamo alle vacche. La loro figura mi ha sempre emozionato. Ricordo che una volta, durante una gita in alta montagna, scorsi in lento avvicinamento un intiera “mandria” bovina, tintinnante di mille campanelli. Emozionato come un bambino (d’altronde lo ero) iniziai a correre lungo il prato per raggiungere ed avvisare i miei familiari. Così facendo imparai con metodo galileiano vari principi della fisica classica. Difatti inavvertitamente posi un piede sopra ad una di quelle gigantesche “frittelle” marroni, frutto di bovidi intestini, quelle secche in superficie ma che all’interno contengono un cuore di morbida “scioglievolezza”, le stesse che mi divertivo a forare con un bastone per scoprirne l’anima morbida e di colore cangiante .


Immancabilmente la “frittella” mi fece scivolare e, finendo a terra su di un fianco, investii altre due, tre, dieci frittelle; sicché ragionai sul concetto di attrito e, parendomi sensato poterlo approssimare a zero, teorizzai il primo principio della dinamica (alpestre): in assenza di attrito, un corpo (tonto) tende a mantenere il proprio stato di moto rettilineo uniforme, finché una forza salvifica nelle vesti di cespuglio di mirtilli non agisca su di esso, arrestandone la corsa con qualche escoriazione.
Naturalmente erravo, perché mi trovavo non in piano ma in declivio e la cacca diminuiva ma non annullava l’attrito, sicché il problema sembrava più simile a quello del piano inclinato e del moto  uniformemente accelerato. Per cui, essendo α l’angolo di inclinazione del pendio, viaggiavo con un’accelerazione proporzionale in modulo a quella di gravità moltiplicata per la differenza del seno di α e del coseno di α, quest’ultimo moltiplicato per il coefficiente di attrito fecaloide, che chiameremo μf. Devo dire, per completezza, che tali elucubrazioni si esaurirono alla prima inspirazione.

Nel tragitto verso l’albergo io fui imballato sul sedile posteriore dell’autovettura, scrupolosamente rivestiti di carta di giornale. E qui fui costretto ad ammettere - mio malgrado - l’utilità e il diritto all’esistenza anche di un quotidiano come “L’Unità”.
Giunti all’albergo mi gettarono nella vasca e con grande stupore fui erudito sul principio di “Archimede il Montanaro”: un corpo (tonto) immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l'alto, pari al peso del liquido spostato. E per fortuna “spostato” e non “sporcato” altrimenti avrei ricevuto una spinta talmente grande da poter diventare elemento decorativo del soffitto per diversi giorni.

 
Adesso, non che io mi lamenti, ma se è vero come dicono che la cacca porti fortuna … dopo quella terribile esperienza avrei dovuto vincere almeno un paio di volte al superenalotto o all’allora più in voga totocalcio. E, in caso contrario, dovrei perlomeno odiare mucche, buoi, tori e affini fino alla quarta generazione e oltre. Invece niente di tutto questo: sono povero ed emaciato come prima e come prima provo simpatia per questo straordinario mammifero. Anche se, a tavola imbandita, mi sento spesso un po’ più cinico di prima.

venerdì 16 maggio 2014

Filastrocca del tempo che va

Mi guardo allo specchio
e mi scopro già vecchio,
con crepe irradiate
dall'occhio all'orecchio.
Stagioni passate
vissute, sprecate
tra ciclici cieli
ritornano ingrate.
Ma al posto dei seri 
pensieri cui aneli,
con degno rispetto
considero i peli
e mentre rifletto,
con un attrezzetto,
estirpo i canuti
dal pube e dal petto!
(Invece i cresciuti
più in alto, più astuti,
l'han fatta finita
e tanti saluti!)

Che beffa inaudita,
assurda la vita,
io polpa fanciulla
in zucca avvizzita,
infante da culla
con corpo che incurva,
passito d'annata
che non sa di nulla!
Gran voglia immutata
di giochi e agognata
età da pensione,
passione passata...

Orrenda visione:
cappello e bastone
e finti trofei...
ma con confusione
tra quest'anni miei,
io poi non vorrei
trovarmi stravecchio
davanti ai licei.


sabato 22 marzo 2014

Il ritorno

SSSSSalve! Non ci crederete ma eccomi di nuovo! Dopo mesi e mesi di faticosa astinenza ho nuovamente un collegamento internet!!!
Ora potrei parlarvi di tante cose personali, tipo di quanto profondamente sia cambiata la mia vita in questo lungo periodo di assenza virtuale; ma dato che con una certa dose di immodestia ritengo che (giustamente) non ve ne importi una "cippa"... traggo spunto dalla più scottante attualità. E' di oggi infatti la notizia delle dichiarazioni di Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, che rispondendo ad una provocazione del premier Matteo Renzi afferma testualmente: "Se lo Stato taglia gli stipendi ai maneger me ne vado all'estero". Ora, a parte che tutto si dissolverà in un "nulla di fatto", comunque ritengo che di tale prospettiva nessuno si preoccuperà più di tanto. Semmai (parola di ex pendolare) ci sarebbe di che rallegrarsene! E allora ripropongo l'intervista che feci a Mauro Moretti nel giugno del 2011, tanto per inquadrare il personaggio e comprendere quale immane disgrazia sarebbe per il Paese una sua "fuga" all'estero...
A presto!



01/06/2011 Intervista a Mauro Moretti, Amministratore Delegato del gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A. dal 2006.

Ing. Moretti, molti viaggiatori, nella gran parte pendolari, si lamentano per i numerosi disservizi che sono costretti a patire nel quotidiano spostamento verso i luoghi di lavoro. Ultimamente, ad esempio, molti nostri lettori ci hanno segnalato che la stragrande maggioranza dei convogli in circolazione non possiede un sistema di condizionamento sufficientemente funzionante e la “vivibilità” nelle carrozze in questo periodo si fa sempre più difficile dato che i convogli di oggigiorno presentano quasi sempre finestrini bloccati. Ci può fornire delucidazioni a riguardo?
Guardi, a me non piace parlare di “aria fritta”; da buon ingegnere preferisco portare dei numeri. Le basti questo dato: nella sola prima metà del mese di maggio, per fare un esempio, i convogli in arrivo nella sola stazione della Spezia hanno accumulato un ritardo complessivo, quantificabile in 4 mesi 7 giorni e 2 ore. Va da sé che per noi è ancora la fine di gennaio e dunque pretendere l’aria condizionata mi pare quantomeno prematuro.

Quindi attualmente non intendete prendere provvedimenti per migliorare le condizioni di viaggio degli utenti?
Tutt’altro: saremo presto in grado di fornire risposte che vadano incontro alle esigenze della clientela e, nel contempo, raggiungano quegli obiettivi di risparmio energetico (e finanziario) che ci siamo prefissi. Contiamo infatti di accumulare talmente tanta quantità di calore all’interno dei nostri convogli da essere autosufficienti nel corso della prossima stagione invernale e poter fare a meno dei sistemi di riscaldamento, che sono inquinanti e pure fuori moda.

I lettori ci segnalano che molto più dei ritardi, delle coincidenze perse, del costante aumento delle tariffe, quello che più li infastidisce è la totale mancanza di informazioni, sia nelle stazioni che a bordo treno. Dato che la tecnologia ha ormai raggiunto livelli inimmaginabili, probabilmente Trenitalia potrebbe fare molto di più. Ci vuole fornire qualche informazione a tal proposito?
No.

Altra grande fonte di disagio è l’impossibilità di individuare un responsabile a cui esporre le proprie lamentele per gli eventuali disservizi. Avete considerato questa problematica?
Certamente. Vede, studi attendibilissimi dimostrano come lo stress e il nervosismo siano primaria causa di patologie mediche anche gravi. E’ accertato, parimenti, che discutere con i nostri dipendenti induca spesso a moltiplicare la propria ira e talvolta istighi a reati di varia specie. Per il bene dell’utente abbiamo pensato di evitare ad ogni costo che questo accada. In alcune città campione (Lucca in primis) abbiamo addirittura sperimentato un  progetto consistente nel porre indicazioni contrastanti sull’ubicazione di un fantomatico Ufficio Reclami. Il viaggiatore seguirà tali indicazioni accedendo al sottopassaggio, poi sarà guidato verso la biglietteria ma qui troverà un’altra indicazione che lo riporterà sulle banchine, quindi in direzione dei servizi igienici, per poi perdersi nei meandri dello scalo merci. In tutto questo trambusto il viaggiatore esaurirà le sue energie psicofisiche e il nervosismo verrà meno. Senza contare che, nel frattempo, potrebbe essere anche sopraggiunto il treno in ritardo.

Hanno destato polemiche le sue dichiarazioni fatte dopo le forti nevicate del dicembre 2009, durante le quali, in seguito a forti disagi che interessarono tutta la rete ferroviaria, consigliò agli utenti FS di portarsi in treno "panini e coperte”. Una provocazione ironica?
Da buon ingegnere non sono incline al sorriso e allo scherzo. Invece di lamentarsi sempre i viaggiatori dovrebbero organizzarsi; non escludo che in futuro sarà chiesto loro di portarsi le poltrone da casa.

Concludiamo, per sdrammatizzare, riportando una facezia relativa al commento di un tal viaggiatore che diceva all’amico: “guarda che stupidi quei dipendenti delle ferrovie: si salutano col fazzoletto e poi salgono sullo stesso treno!”  La fa sorridere almeno questa storiella?
Nient’affatto. Faremo le nostre indagini. Se davvero dovessimo appurare che su un singolo convoglio svolgesse servizio personale di questa Azienda in numero superiore ad una unità…prenderemo seri provvedimenti.