martedì 30 aprile 2013

Potrei...

Potrei trovare la banale scusa che il mio notebook non collabora più da alcuni giorni. Potrei.
Ma la realtà è che non ho più niente da dire.
Domani chissà...

domenica 17 marzo 2013

Calào

L'incurabile mancanza di fantasia e la necessità di affogare i dispiaceri nella porchetta mi costringono a riproporre vecchi deliri. Me ne scuso confidando in un repentino cambio di stagione e nell'indulgenza pontificia. Tratto da ilmondodialbolo, 6 gennaio 2010.



Il sig. Bruno uscì di casa presto come al solito. Era una fredda mattina di gennaio e il cielo era così bianco che pareva latte. Mentre si incamminava a passo svelto per raggiungere il posto di lavoro, alzò gli occhi al cielo e vide, accovacciato su un grosso ramo di un platano scheletrico, un buffo esemplare di Buceros bicornis,detto anche Calào! Ciononostante, con una leggera alzata di spalle, continuò a dirigersi di buona lena verso la sua meta. Naturalmente, se fosse stato meno ignorante, avrebbe saputo che il Calào è un uccello tropicale dell’ordine dei Coraciformi, che ama popolare i cieli dell’Asia Meridionale e non le fredde lande lombarde.

Quando giunse a destinazione si rese conto di aver perso il posto di lavoro. Si accostò al grosso cancello in acciaio zincato e fece per suonare il campanello ma il campanello non c’era più. Al posto del corpulento edificio dove, fino al giorno precedente, aveva per anni meticolosamente riempito schedari, ora vi era un grande spiazzo deserto, con una grossa pozza fangosa al centro. In alto diversi esemplari di Calào, intrecciavano confuse traiettorie nell’aria di cristallo. Naturalmente se il sig. Bruno fosse stato più profondo, avrebbe senz’altro riflettuto sulla precarietà del lavoro al giorno d’oggi, invece di indirizzarsi deciso verso l’affollato Caffè della Piazza.

Dentro al bar, in un profumo inebriante di caffè e dolcetti ancora caldi, un Calào vestito da barista gli porse una spremuta d’arancia e una ciotola di grani di miglio. Attorno decine di uccelli con vistose protuberanze cornee sul capo, vociavano nei tipici vestimenti da avventori. Il sig. Bruno consumò e uscì nell’aria scricchiolante di gelo.
Se fosse stato un po’ più sobrio si sarebbe probabilmente reso conto di non essere abbastanza sobrio per essere abile a guidare un’autovettura. Così si schiantò contro al primo muro, sotto lo sguardo rassegnato di un folkloristico Calào Indiano.

martedì 19 febbraio 2013

Giragiò

tratto da ilmondodialbolo, 3 luglio 2008


"Oh che bello il gira-giò, oh che bello il gira-giò!" Così, bambino, solevo esprimere il mio gradimento all’emozionante ed ineffabile vista di una betoniera. Lo so, non capita a tutti i bambini di manifestare tanto entusiasmo per i prodigi della meccanica ma io, all’epoca, ero in pace con me stesso, per cui non mi vergognavo affatto di "accendermi" innanzi ad una locomotiva, ad un traghetto, ad un trattore agricolo. Ma, così dicendo, sembra che fossi sensibile esclusivamente al fascino dell’opera dell’uomo. Non è così, tutt’altro! Mi emozionavo per molte cose, allora; magari facevo di tutto per non darlo a vedere ma mi emozionavo! Per un’alba (le rare volte che è capitato), un prato fiorito e, soprattutto, per gli animali.
Così per me "chicchidrillo" era il rospo che spuntava tra la vegetazione, "cunga" erano i funghi che scorgevo in un bosco di montagna e "altre cose" erano altre cose, non è che posso stare tutta la sera a pensare come mi esprimevo quando conoscevo in tutto sei vocaboli!
Gli animali erano i miei migliori amici: accarezzavo le galline e i conigli di mio nonno e poi gatti e cani in quantità, anche se non stretti da vincoli "familiari". Ricordo che quando i miei mi hanno intimato di salutare chiunque incontrassi, dato che ero solito essere scontroso, io ho iniziato a salutare proprio gli animali ("Ciao cane", "Ciao gatto" dicevo incrociando ogni esemplare di quelle specie) ma ho continuato a perseverare nel mio sospetto verso il genere umano, indegno oggi come allora del mio saluto.

Almeno loro (gli animali, dico) non mi trattavano come un bambino. O come un idiota. Le persone sì. Avevo, allora, un trascurabile difetto di pronunzia per cui il mare "mosso" diventava sistematicamente un mare "moffo". Questo faceva – chissà poi perché - sbellicare gli astanti a tal punto che, con un passaparola mai visto prima , mi ritrovai a dover rispondere più volte al giorno alla domanda "Com’era il mare ieri?" (ed io: "moffo"). Dal momento, però, che io ero sì bambino ma non deficiente, un giorno mi stancai e, con somma delusione della zia di ennesimo grado di turno, risposi :"Pieno di onde". Evvaffanculo!


martedì 29 gennaio 2013

Kronemberg

In concomitanza con la Giornata Mondiale per i Diritti dei Pittori del Ruanda, del Burkina Faso e della Penisola Scandinava, che si celebra oggi, vorrei riproporre il mio tributo (apparso su ilmondodialbolo il 24 ottobre 2006) ad un artista ancor poco conosciuto ma non per questo meno "grande": Julius Kronemberg.

L'Inquietudine
J. Kronemberg (periodo ocra)


Sorpreso dal totale disinteresse col quale, all'epoca, i lettori salutarono il mio coraggioso tributo, tre giorni più tardi pubblicai una doverosa precisazione della quale desidero darvi contezza. Tutto ciò per esclusivo amore dell'arte e anche un po' per secchezza delle fauci.

Su Kronemberg (27 ottobre 2006)
Dal numero spropositato di commenti lasciati nel post precedente, arguisco non senza un certo disappunto che il mio pubblico non è interessato all’arte o, perlomeno, non all’artista Kronemberg in quanto tale. Ma forse (ed è quello che voglio sperare) non è per Kronemberg stesso, peraltro pittore dal talento indiscutibile, che storcete il naso, bensì per il suo "periodo ocra" in particolare. In effetti in confronto alle più note e commerciali opere del "periodo marrone scuro" e "grigio topo", quelle del "periodo ocra" risultano essere maggiormente ermetiche e difficilmente comprensibili, almeno ad una prima analisi. Ricordiamo tra l’altro che queste opere altro non sono se non sofferte espressioni dell’onirico. Infatti è risaputo che Kronemberg non faceva sogni a colori ma soltanto in nero ed ocra (però quando era desto pensava a colori, come tutti). Il "periodo ocra" rappresenta un momento molto tormentato per la vita dell’artista, caratterizzato da una profonda sfiducia nella giustizia umana e in una legislazione troppo fiscale e bigotta. Dopo il processo che lo vide condannare per violenza sessuale plurima e continuata e quello che lo vide imputato (e naturalmente condannato) per omicidio volontario, aggravato dai futili motivi, Kronemberg si rese amaramente conto che l’uomo è incapace di perdonare. Questa scoperta, unitamente alla privazione della libertà, lo porta a rifugiarsi nei mondi onirici di cui sopra, che rappresenta con precisione e gusto per il particolare.

Per ulteriori approfondimenti sulla vita e le opere di Kronemberg si consiglia il volume "Julius Kronemberg, da artista maledetto a carcerato modello", a cura di P. Baudo ed edito da Mondadori. 

E meditate, gente: la gioia che da il perdono è seconda solo a quella che da il tiramisù


giovedì 17 gennaio 2013

Superficialità



Del giorno che sono nato mi ricordo tutto alla perfezione, come fosse…un po’ di tempo fa o poco più. D’altra parte nella propria vita non si nasce tutti i giorni; al massimo due o tre in un’intera esistenza, per cui certe cose rimangono ben impresse nella mente. Rammento ad esempio che me ne stavo comodo al calduccio, quando mi ritrovai all’improvviso pigiato in un angusto pertugio ed ebbi il timore, per un attimo, di rimanervi per sempre; poi ad un tratto vidi la luce ed avvertii un senso di bruciore doloroso in gola e nel petto. Quindi fui afferrato da mani giganti e ricordo visi brutti e occhi bovini che mi scrutavano e mi parlavano come fossi deficiente, tanto che in un istante compresi la miseria umana. Fu allora che cominciai a piangere.

Poi mi misero in una specie di letto o gabbia, condividendo la sorte con un reggimento di altri esserini maldisposti e raggrinziti di cui ignoravo le generalità ed ai quali non diedi confidenza anche perché nel frattempo intuii l’esistenza dell’idea di fame ma non potendo provvedervi me ne feci una ragione e contemporaneamente percepii di essere dotato della capacità di ragionare (in sistema binario). Così iniziai a pensare. Da quel momento non ricordo più niente. 

Però deve essere stato un niente lungo se i miei ricordi successivi principiano sull’età dei tre anni circa, data cui attribuisco per logica il termine dell’esperienza del pensiero. Da quel momento fu tutto un gioco di equilibrismi per planare soave sulla superficie dell’onda perfetta. 

Non so cosa di preciso…ma qualcosa mi spaventò. Mi spaventò o mi angosciò. Oppure mi deluse. O entrambi i tre. Davvero qualcosa nei meccanismi della vita (o del suo contrario) deve avermi spaventato, perché fu da quel momento che decisi (o fui costretto) a muovermi con quella lucida superficialità che solo chi vive come la brezza marina che solletica la pelle in una notte estiva sa comprendere e apprezzare. 

Non so cosa di preciso…ma qualcosa mi suggerì che controproducente assai sarebbe stato affaticare la mente, sforzarla e spremerla per scavare la verità e raggiungere l’essenza cruda delle cose. Perché l’unico vero risultato sarebbe stato solo l’emergere di un grande dolore, senz’altri vantaggi. E allora meglio costruirsi un mondo poggiato su qualche piccola e deliziosa bugia, dalla quale liberare il volo dell’immaginazione. 

Per questo vi chiedo di non giudicarmi troppo male se sfioro la superficie delle cose ma non vi entro, se mi avvicino e poi mi ritraggo. Che scavino gli altri la Grande Buca mentre io resto seduto a guardarli divertito,  assaporando il profumo della terra bagnata. Forse questo è un modo come un altro di arrivare all’essenza. Ma ha senso chiedersi quanto le gocce di pioggia che cadono sull’oceano penetrino sotto la superficie increspata prima di poter essere considerate “mare”?

domenica 6 gennaio 2013

Favoletta morale dell'epifania



Tratta da ilmondodialbolo (6 gennaio 2006)

C’era un volta (ma non è che ne sia poi così sicuro), c’era una volta, dicevo, un bambino molto povero ma anche molto cattivo. In realtà il bambino era davvero molto povero e non aveva di che nutrirsi e riscaldarsi. L’inverno era impietoso e la neve scendeva abbondante.
In realtà il bambino era anche molto cattivo. Quando trovava un uccellino con le alucce spezzate, si divertiva a torturarlo (va detto a onor del vero che era egli stesso a spezzargli le alucce per poi sentirsi legittimato a torturarlo). Quando vedeva un gattaccio lo attirava nelle sue trappole e, immobilizzatolo, si divertiva a fargli i nodi nella coda e nei baffi. Ma non era cattivo solo con gli animali. Aveva più volte bastonato il vecchio parroco del paese e tendeva agguati a tutti i bambini alto-borghesi per derubarli e andare a comprarsi la droga.
Un giorno seppe che una vecchierella nomata “Befana” soleva portare dolci ai bambini buoni e carbone a quelli cattivi.
Il bambino, che era sì povero e cattivo ma non era stupido, iniziò a bastonare il parroco sempre più forte, a mozzare baffi ai gatti, a derubare i bambini borghesi e intasare con sterco di vacca i comignoli delle case.
La vecchierella, vedendo tanto sperpero di cattiveria, decise di portargli non una, non due, ma un intero container di calze strapiene di carbone. L’accorto bambino, quando vide la befana, la legò, la imbavagliò e iniziò a torturarla, bastonandola con la sua stessa scopa e facendole ascoltare tutto il repertorio di Gigi D’Alessio. 
La befana, data tanta inutile malvagità, appena fu libera, fu costretta a portare per punizione al bambino povero ancora dell’altro carbone. Dopo 6 o 7 volte di questo andirivieni, esaurite le scorte di carbone, si suicidò.
Il bambino nel frattempo era diventato proprietario di una delle più imponenti riserve di carbone dell’intero globo e avviò un’attività alquanto redditizia.



Morale della favola:
  1. non è vero che i bambini poveri sono sempre buoni, come si legge in tutte le favole di ispirazione catto-comunista
  2. la befana non esiste, in quanto è già morta
  3. a volte la cattiveria paga. E bene.
  4. quando uno non ha niente da dire, è inutile che si ostini a scrivere

lunedì 24 dicembre 2012

Storiella di Natale



Gli abitanti del borgo di Bottarga Soprana non erano soliti festeggiare il Santo Natale. E non già in quanto anticlericali, atei o comunisti ma solo perché pigri e burberi (e magari un pelino tirchi). Nel mese di dicembre le strade acciottolate che faticosamente s’inerpiacavano verso la Chiesa di Santa Bernarda Martire, fiancheggiate dalle vecchie case grigie e malconce, non risplendevano di luci colorate e sulle porte di legno, rattristate dall’umidità e dagli anni, nessuna ghirlanda festosa addolciva l’animo dei viandanti. In quanto agli alberi, neanche a parlarne! Nessuno si prendeva la briga di “vestire” abeti o pini di palle lucenti, fiocchi o addobbi sgargianti. Inutile spreco di tempo… Persino il parroco, nella maestà decadente di Santa Bernarda, non si dava da fare più di tanto per rendere onore al nascente Bambin Gesù. In un cantuccio della navata orientale soleva “apparecchiare” un presepucolo povero e disadorno che a vederlo si stringeva il cuore: un San Giuseppe di terracotta alto due spanne veniva appoggiato sul nudo pavimento senza troppi complimenti a fianco di un Bambinello triste, anch’esso in terracotta, e ad una Vergine Maria marmorea, di dimensioni visibilmente più grandi, presa in prestito dalla una tomba del cimitero retrostante (Aristarco Bertellotti 1803-1898 rip), da quando la “titolare” in terracotta era andata in frantumi, cadendo dall’albero della cuccagna (del quale ornava la sommità) alla sagra della salamella, nel pieno di un torrido agosto.
Nell’altro versante del monte sorgeva il paesotto di Baruffa Primiera, “legato” a Bottarga Soprana da atavica rivalità campanilistica. Gli abitanti di Baruffa, forse per distinguersi dagli odiati vicini, solevano festeggiare il periodo natalizio con solennità e sfarzo. Le viuzze del paese risplendevano di addobbi e luci di ogni tipo, nella piazza del Municipio veniva decorato un abete bianco di dodici metri e le vecchine preparavano e offrivano a viandanti e forestieri dolci tipici (tra cui la famosa Mappazza di noci che fece la fortuna di tanti dentisti). Ma i baruffotti, col tempo, vollero strafare e iniziarono a festeggiare Natale due, tre e persino cinque volte l’anno! Ci fu anche chi, in campagna elettorale, promise che con lui a capo della giunta, si sarebbe festeggiato il Santo Natale il 25 di ogni mese!


Gli abitanti di Bottarga, sentendosi derisi, si risentirono assai; ne nacquero diverse dispute che, come spesso accade tra uomini avveduti, si risolsero quasi sempre a sassate e che resero necessario l’intervento del Pretore. Tuttavia, persosi tra cavilli legislativi, conflitti d’interesse, dubbi di competenza, lungaggini burocratiche, minacce e vendette trasversali…anch’egli gettò la spugna e fuggì in Messico. Quando tutto pareva volgere verso il caos più totale, la diplomazia locale riuscì ad imbastire una proposta di accordo: Baruffa Primiera non avrebbe potuto festeggiare più di due Natali per semestre ma doveva rinunciare alla celebrazione della Santa Pasqua che rimaneva esclusiva di Bottarga Soprana (che ne poteva gestire fino ad un massimo di due all’anno con l’opzione per la terza negli anni bisestili a fronte di adeguata copertura finanziaria). I baruffotti, tra l’altro, avrebbero dovuto anche rinunciare congiungersi carnalmente con le donne coniugate di Bottarga e a non ironizzare sulle virtù di Santa Bernarda. La questione era spinosa e la proposta di difficile attuazione, anche per i malumori delle donne di Bottarga. Poi però l’eruzione del vulcano rase al suolo i due paesi e ne uccise tutti gli abitanti, così la questione non fu più di primaria importanza…

Buon Natale a tutti!