Generalmente non entro mai con irruenza nei miei post. Generalmente sono presenza sfuggente che entra di soppiatto e gironzola mimetizzando la propria vita tra foglie secche, piante infestanti, cartacce abbandonate e qualche escremento canino.
Oggi però mi sento egocentrico e vi darò due ragguagli di fredda cronaca, cercando la vostra indulgenza per la mia prolungata assenza.
Sono appena uscito da un periodo stressante caratterizzato da un pesante concorso interno, iniziato male e finito peggio, dal guasto del mio fedele notebook, da una generale sfiducia nell'essere umano, nella società multietnica e nelle mie doti culinarie.
Adesso mi attende uno storico trasloco e tanta voglia di dormire. Ah, non ve lo avevo accennato? Credo di soffrire di narcolessia. Anni fa credevo fosse colpa dei cullanti viaggi in treno e di una sveglia troppo repentina. Poi delle letture noiose. Poi delle persone noiose. Ora mi convinco che sono io a non essere a posto ma prometto che cercherò di fare di tutto per uscirne fuori al più presto.
E siccome sono le 15.15 di domenica pomeriggio...vi auguro una buona notte. A presto.
domenica 24 novembre 2013
giovedì 24 ottobre 2013
Piove
Non sono sparito ma impegni gravosi e improrogabili mi distraggono in maniera indicibile. O dicibile ma non lo dico. Ancora un mesetto di difficoltà e poi tornerò con l'assiduità di un tempo (quindi latiterò ancora).
Ma oggi piove per cui mi sento addosso questo post del 12 novembre 2008.
Qui, poco sopra il 44° parallelo, oggi piove.
non lava questa gente così scura.
Ma oggi piove per cui mi sento addosso questo post del 12 novembre 2008.
Qui, poco sopra il 44° parallelo, oggi piove.
Cade la pioggia e non lava questi cornicioni neri, merlati di piccioni,
non lava la mia auto inespressiva, sporca di troppo datato sporco,
Abbiamo provato, è vero, a mettere detersivi nelle nuvole e un po’ di acidità dentro ogni goccia.
Ne abbiamo ricavato solamente malumori ittici e di Illustri monumentati dalla Storia.
Dovrei essere in grado, lo so bene, di fingermi al di sopra di quel manto che - forse - un Papa antecedente sta sciando.
Ma piove e non si lava la mia auto rassegnata, i cornicioni dorici e cinerei, la gente scura e un’anima che resta refrattaria.
mercoledì 11 settembre 2013
Via della Stazione
La strada era conosciuta da tutti come “via della Stazione”
e su ciò poteva pure aver influito la targa marmorea posta all’inizio della
stessa, indicante per l’appunto quel nome. Via della Stazione era proprio una
via strana, che la diceva lunga sull’indole e le peculiarità degli abitanti del
luogo. Partiva in sordina dal fondo valle e si faceva largo, zigzagando, tra
case squadrate e giardinetti recintati e, per i primi cinquecento metri,
avresti potuto anche dire di passeggiare in una comune e graziosa stradicciola
di periferia. Invece, passate la casa degli Armerini e quella, dirimpetto,
pozzo-dotata, dei Graziotti (in lite da generazioni per il pozzo e diverse
dicerie sulle rispettive donne di casa), prendeva slancio e impennava decisa,
con pendenze talvolta imbarazzanti, dritta dritta , quasi in verticale alla
volta del borgo superiore. E, quasi senza accennare curva o tornantello, a mano
a mano perdeva la caratteristica di strada fino a prendere la configurazione di
viottolo di campagna, mentre attraversava campi per lo più incolti, rallegrati
da rare case coloniche trasandate e secolari e altre trasformate in fredde
villette con piscina vuota annessa. Se via della Stazione avesse avuto un unico
padre, egli non avrebbe certo goduto fama di uomo particolarmente fantasioso,
sia in qualità di ingegnere che di responsabile della toponomastica comunale.
Difatti non ignoro di far torto alla vostra intelligenza nell’esplicitarvi che
la strada conduceva dal borgo abbarbicato sulla collina fino alla stazione
ferroviaria che giaceva nella sottostante vallata. Anzi, a ben vedere, conduceva alla ex stazione
ferroviaria, giacché era stata dismessa da quasi un lustro e la nuova stazione,
più al passo coi tempi, sorgeva quasi due chilometri più a valle ed era più
accogliente, spaziosa e dotata addirittura di un piccolo bar riservato ai
pensionati e di distributore automatico di preservativi (verosimilmente usati).
La vecchia stazione era rimasta, così, abbandonata e
solitaria, coi marciapiedi invasi dalle erbacce, con i vetri delle finestre
rotti, le pareti scrostate, i vecchi lampioni spenti e Michelìn Gigione, che la
vide per la prima volta al principiare di quell’autunno, coi suoi occhi bui e
venati, quella bocca squadrata e chiusa da pesanti catenacci, pensò che fosse
sintesi ed emblema di ogni cosa che conducesse lacrime, di ogni pensiero triste
ed ingombrante, di tutto ciò che facesse male al cuore, della malattia del
mondo.
Segue elenco non esaustivo delle cose che facevano male al
cuore secondo Michelìn Gigione: la morte, lo scorrere del tempo, l’estate quando
sta per finire, i ricordi, la bellezza disarmante, il confronto con la
propria arida mediocrità, la coscienza della perdita, il sentire di non
sentire, la noia, il colesterolo.
Così Michelìn Gigione ripensò alla propria famiglia: i
genitori ormai anziani e rassegnati, nella buia casa di città, i suoi cinque
fratelli sparsi qua e là per il mondo a rincorrere inutili sogni, il gatto
Tobia, compagno inseparabile dei giorni della sua fanciullezza, ormai quasi
immobile sul suo giaciglio e prossimo alla fine della sua settima vita…e
improvvisamente capì che irrimediabilmente niente sarebbe più stato come prima.
E guardando la vecchia stazione, solitaria e malinconica, pensò che solo quella
sarebbe potuta essere la sua nuova casa, con quegli occhi tristi, lei che era
simbolo ed emblema di tutto ciò che conduceva lacrime.
Con tali pesanti pensieri conficcati nella mente, si
incamminò lungo la via della Stazione e, superata la casa pozzo-carente degli
Armerini, tra il vociare confuso di
ancestrali litigi, iniziò ad arrancare alla volta del borgo superiore. Ben
prima di metà salita aveva già scordato tutto e ne approfittò per evacuare.
sabato 24 agosto 2013
Deus Albi
Tratto da ilmondodialbolo, 08 giugno 2007
Io, quando ero liceale, ero un ragazzetto idiota. Solo molto più tardi si è verificato il malaugurato peggioramento. All’epoca, con somma modestia, amavo essere chiamato "il dio". Il mio stemma raffigurava la facciata di un tempio greco (stile dorico, per intendersi), con un’enorme saetta (stile saetta, per ri-intendersi) sovrapposta e la maestosa scritta "DEUS ALBI", sorgente dal punto in cui essa si conficcava. Su quanti banchi avrò inciso, nel corso dei 5 anni, questo bellerrimo stemma non lo ricordo davvero; ricordo solo che la mia prof di disegno e arte, invece di lodarmi, sentenziò acida: "Io te lo farei ripagare!". Arida, ecco cosa sei sig.ra T.! E noiosa pure. Arida e noiosa (cit.)!
In realtà io ero
una personcina buona e semplice, coi capelli lungheggianti, una miopia alla
quale non volevo arrendermi e tanta voglia di fare…poco. Mi dilettavo a
comporre poesiucole scarsamente edificanti su compagni e professori,
a scarabocchiare sull’inseparabile diario, a bucare i muri e ammirare
estasiato le più belle (e meno belle) ragazze della scuola. E a divertirmi con i ragazzi della
"curva", perpetuamente disposta sul fondo della classe. Essa
"curva" comprendeva: il Dimpo (noto anche come il SAFFU e anche
altrimenti), il ginnico Illeo, il malpancista Illori, il bucolico Ugo
(all’epoca non ancora bucolico per la verità), l’impalato Rana, il Pompa (figlio
di pompiere, non pensate male!), oltre naturalmente al succitato dio-io.
Risentirete parlare di loro: ho intenzione di raccontarvi in seguito qualche
simpatico aneddoto scolastico. Ma per ora basta così; al solo ricordo mi assale
una nostalgia dolce-amara che mi toglie il respiro. La stessa che mi ha spinto
a non accettare, per molti anni, la fine di quello splendido periodo, con folli
rincorse e conseguenti amare disillusioni.
E ringrazio la precoce deforestazione
cranica per avermi fatto capire che adesso sono un'altra persona, magari un po’
più vuota ma più cosciente dei propri mezzi: una Clio di seconda mano e uno
scooter Kymco con ormai troppi Km sulle ruote...
P.S. attualmente la Clio è stata sostituita da una comoda Fiat Sedici 4x4, for old men only
giovedì 1 agosto 2013
Quella non è una lucciola
“Quella non è una lucciola” disse con una certa dose di
acutezza, scrutando il cielo non ancora totalmente buio, mentre attorno già i
filari delle viti e i tronchi nodosi dei pochi ulivi iniziavano a confondersi
nell’oscurità. “Quello dev’essere un aereo!”. Le lucciole ormai erano sparite
quasi del tutto per quell’anno o, meglio, si erano già spente e non
galleggiavano più con la loro stanca intermittenza tra le piante dei pomodori e
le ampie foglie di basilico. Anche per quell’anno l’odoroso giugno si era accomiatato
e come tutti gli anni lo aveva fatto troppo in fretta. Intanto dietro alla casa
stava spuntando uno spicchio di luna. Ebbe l’istinto di alzarsi ma poi si
rimise a sedere, inspirando profondamente la dolcezza mielosa e quasi solida
dei fiori del gelsomino. Non era più in grado di fermarsi e pensare, non era
più in grado di fermare l’istante, di bloccarlo anche solo per poco e
assaporarlo. E non aveva neanche niente di meglio da proporre. Adesso cercava
sempre un passato od un futuro in ogni presente e troppe buone scuse ed alibi
assolutori per non mettersi in gioco.
“Fosse per me non saresti neanche nato” disse infine il suo
interlocutore, interpretando i suoi pensieri. “Ma tuo padre e tua madre sono
stati così ostinati…oppure ci fu qualche errore, non ricordo bene. Al tuo posto
erano pronte per lo meno una decina di alternative.
Orazio, ad esempio, un discreto esemplare di razza
caucasica, che si sarebbe distinto entro l’adolescenza in furtarelli, atti di
bullismo e amenità varie; che si sarebbero evolute successivamente in rapina,
rapina a mano armata, stupro di gruppo a mano armata e auto-stupro a mano in
gruppo armato e qualcos’altro di simile. Alla tenera età di venticinque anni,
avrebbe detenuto il ragguardevole risultato di aver totalizzato condanne per
numero di anni superiore a quello dell’età di sua nonna Abelarda. Non un grande
esempio in quanto a moralità ma almeno in qualcosa sarebbe riuscito ad emergere
e primeggiare.
Oppure Jessica, fulgido esempio di femminilità prorompente e
tondeggiante, che già a sedici anni si sarebbe distinta fra la cittadinanza per
le sue morbide “melozze”, ostentate con un misto tra disinvoltura e
compiacimento. In età adulta, facendo sapiente uso del proprio corpo, avrebbe
saputo costruire la sua ricchezza. Tu, al massimo, con un sapiente uso del tuo
corpo, potresti costruire la ricchezza di diversi chirurghi estetici!!!
Ma non solo esempi scarsamente edificanti ti voglio
sottoporre. Eustachio, anima profondamente pia, sarebbe stato ordinato
sacerdote all’età di diciannove anni. Una vita spesa ad aiutare il prossimo
senza desiderare nulla in cambio. Prostitute, nomadi, senza-tetto…per tutti
avrebbe avuto una parola di conforto e un pasto caldo. Un “cuore d’oro”,
avrebbero detto. E uno dei suoi “protetti”, prendendo ciò alla lettera, un
giorno lo avrebbe accoltellato per verificarne la veridicità. Che delusione alla
vista del muscolo cardiaco! A Padre Eustachio avrebbero intitolato pure una
piazza; te se ti impegni potresti ambire a farti intitolare un chiusino in
ghisa della rete fognaria!!! Ahahah!”
“Ah, vedo che c’è spirito stasera nell’aria!”
“Beh, quello c’è sempre. Con la S maiuscola, però!”
“Già, ma ciò non elimina il problema”
“Vero, non lo elimina e d’altra parte come si fa a rimuovere
il problema con uno che quasi confonde un aereo con una lucciola! Lo vedi
dall’incedere. La lucciola galleggia a pochi centimetri dal suolo, procedendo
probabilmente a caso, con repentini cambi di traiettoria, l’aereo sfreccia a
decine di migliaia di chilometri da terra e procede diritto verso la sua meta.
A quale dei due ti piacerebbe somigliare?”
“A me piace andare a caso, agire a caso, farmi trasportare
dalle correnti e annusare i profumi che viaggiano col vento. Non va bene?”
“Bah, lascia perdere, ho da fare, ti saluto…”
“Ok, alla prossima. Ciao Dio”
“Ciao pirla!”
mercoledì 26 giugno 2013
Ortensie
Che belle le ortensie! Come mi piacevano le ortensie! Con
quei loro fiori, riuniti in infiorescenze che paiono aprirsi a ombrello, come i
fuochi d’artificio in una notte di festa! Nel vialetto che conduceva alla
vecchia casa di mia nonna ve ne erano diverse piante ed erano straripanti e
incontenibili in giugno con i loro enormi fiori rosa e quelle sfumature dal
viola all’azzurro. Che belle che erano e sapevano di campagna e sapevano
d’estate. Sapevano di quelle sere d’inizio estate, con le scuole appena terminate
e un indefinibile senso di libertà e follia. Sapevano di quelle sere, quando io
e mia sorella rimanevamo a dormire dai nonni con lo scopo dichiarato di “vedere
le lucciole”. Lucciole in città non ve ne erano proprio, no no, neanche a
cercarle con scrupolosità e attenzione. Da mia nonna invece c’erano e non vi
immaginate nemmeno quante ed io e mia sorella andavamo là appositamente per
quello. Ci facevamo portare in tarda mattinata, giusto in tempo per accampare
la giusta pretesa di desinare nella baracca che mio nonno ci aveva costruito
nel giardino. Il pomeriggio trascorreva tra giochi e qualche mia simpatica
“scortesia” nei confronti dei vicini antipatici e impiccioni (simpatica per me,
per loro molto meno). Poi la cena all’aperto e, mentre mio nonno si
addormentava a petto nudo su una sedia, divorato dalle zanzare, per me, mia
sorella e mia nonna giungeva l’ora delle lucciole. Armati di indicibile
coraggio e di una piccola “arbanella” (piccolo contenitore in vetro dotato di
chiusura, per i non spezzini) ci dirigevamo emozionati verso il “pianone”,
un appezzamento di terreno strutturato
ad ampie piane adibite ad orto dai legittimi proprietari che – tengo a
precisare - non eravamo noi. Percorrevamo la breve stradicciola che saliva
verso la collina e, superate le ultime case, quando il buio si faceva
profondo…ecco lo splendido scenario di quel mare sconfinato di lucciole! Era
uno spettacolo emozionante e misterioso quello sfavillio intermittente e
leggero e riempiva il cuore di un’emozione che adesso non so dire…
Siccome poi eravamo bambini - e quindi naturalmente cinici e
cattivi - pretendevamo di avere anche noi un frammento di quella Bellezza
Cosmica, per cui ne catturavamo quattro o cinque esemplari e li rinchiudevamo
nella famosa e vitrea arbanella. Giunti a casa e, svegliati il nonno e le
zanzare, ci preparavamo per la notte, trasferendo le lucciole in un bicchiere
(coperto da un cartone forato) che tenevamo sul comodino. Era bello
addormentarsi nel grande letto che sapeva di bucato, mentre mia nonna ci
raccontava avvenimenti della sua infanzia e si sentiva in lontananza soltanto
il rumore della ferrovia.
La mattina ci svegliava il canto delle galline e mia
nonna era già in cucina a preparare la colazione. Caffelatte servito in
terrazza e la cerimonia di liberazione delle lucciole (quelle sopravvissute)
che, perso il loro fascino notturno, erano fonte di una discreta delusione. Poi
tutti nell’orto a bagnare i pomodori e preparare il “pastone” per le galline:
pane raffermo ammorbidito in acqua mescolato con crusca, una pietanza che mi ha
sempre attratto e purtroppo non mi è mai stato concesso di assaggiare ma in
futuro chissà.
Poi venivano a prenderci i nostri genitori per ricondurci alla
legittima dimora e quella parentesi bucolica terminava con un po’ di malinconia
ma la certezza di un nuovo appuntamento per la festa cittadina di agosto,
quando tonanti e variopinti fuochi artificiali avrebbero abbracciato il cielo,
proprio come enormi ortensie multicolori. Che belle le ortensie, come mi
piacevano le ortensie! E sapevano d’estate e sapevano di magia e di molto altro ancora. Come
mi piacevano le ortensie. Non come adesso che le osservo...e non sento niente.
venerdì 17 maggio 2013
I consigli del Prof. Morelli
Tratto da ilmondodialbolo 08 settembre 2010
Questo blog, come si può evincere anche dai recenti post, non ha
mai nascosto di avere come unico vero fine la divulgazione di cultura e
informazione scientifica. E lo ha fatto toccando gli argomenti più seri
dell’attualità, senza avere timore di assumere anche posizioni scomode ed
impopolari. Abbiamo ora il piacere di dare spazio ad una delle personalità più
in vista del mondo scientifico italiano, un eminente luminare della medicina,
sempre pronto a dispensare consigli e giudizi pur restando persona schiva e
riservata che “non ama apparire” in televisione. Stiamo parlando del Professor
Raffaele Morelli, medico, psichiatra e psicoterapeuta che dirige da molti anni
la rivista Riza Psicosomatica e i suoi studi e il suo lavoro psicoterapeutico
si sono orientati nel campo delle malattie psicosomatiche. Confidiamo questo
sia solo il primo di una lunga serie di interventi ed approfondimenti, per i
quali invitiamo già i lettori a inviarci quesiti ed a illustrarci i propri
problemi.
Egregio prof. Morelli, la mia ragazza mi chiama “Pisellino”, come il figlio di Braccio di Ferro (almeno così lei sostiene). E’ un segno d’affetto o devo iniziare a preoccuparmi?
Inizi, inizi senz’altro.
Mi chiamo
Alfonso, ho 67 anni e scrivo da Eboli. Nonostante sia felicemente sposato da
più di 30 anni, quando vedo una ragazzina pienotta, con qualche centimetro
quadrato di pelle scoperta, sento forte l’istinto di addentarla in un gluteo o
nei fianchi. Ho paura di essere malato. Cosa mi consiglia di fare?
Ne parli col suo dentista.
Buonasera,
sono un quarantacinquenne (di cui non allego foto per decenza) sposato per
grazia ricevuta. Confesso di non aver mai tradito mia moglie, aiutato in questo
dal fatto che nessuna mi vuole. Per fortuna ho un lavoro fisso che non credo di
meritare né di esserne all’altezza, ottenuto grazie alle conoscenze influenti
di mia moglie, che certamente avrà dovuto ripagare in natura anche perché
dubito di soddisfarla sessualmente. Ma secondo lei ho qualche pregio?
(Figurarsi se risponderà proprio a me)
L’autostima senz’altro.
Continui così.
Mi chiamo
Grazia, ho 38 anni e un marito adorabile. Io lo amo alla follia, solo che
quando viene l’idraulico non riesco a non concedermi carnalmente. Per fortuna
mi succede solo con gli idraulici e con pochi altri artigiani. Crede che sia
malata? Ora la saluto perché devo andare a intasare gli scarichi del bagno.
Malata no. Solo un pelino troia.
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